Tecnica scultorea inventata da Christian Zucconi nel dicembre del 2007, consistente nella distruzione di un'opera finita, nel suo svuotamento e nella successiva ricomposizione.
Composto dal greco keno, 'vuoto', e dal tema di clastia, 'rompo', 'spezzo', 'tronco'.
Da un punto di vista squisitamente linguistico il lavoro di Zucconi muove dalle leve di uno straordinario virtuosismo tecnico. Nel travertino avverte la presenza di un'anima, di anime trepide e di anime impavide, la cerca, la insegue, alla fine ne coglie l'essenza. Azzarda nuovi approcci e inaugura orizzonti espressivi inediti.
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Lo straordinario Edipo, realizzato con la forza dell'entusiasmo in poche settimane, accasciato a terra, distrutto, annichilito, sprofondato nelle tenebre che egli stesso si è inflitto cavandosi gli occhi, grida la disperazione straziante dell'emarginazione, di un destino ferale e maledetto, il tormento del vuoto interiore.
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Con vigore infierisce sulle sue creature, compie sulle immagini scaturite dal marmo gesti mutilanti, tagli netti che portano via intere parti di corpo, le svuota della materia che le opprime in un processo che è anche liberazione da ogni inerte retaggio storico, fino a giungere ad una sorta di strato corticale, di guscio, spingendosi al limite estremo della rappresentatività laddove l'ulteriore scavo porterebbe alla dissoluzione formale.
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Il primo risultato pieno di questo inedito e originale processo creativo matura nel dicembre del 2007 con Crucifixio. Di fronte al Cristo estratto dal travertino e posto su un solido basamento in ferro, Zucconi avverte il limite della scultura tradizionale, pur percorsa dai fremiti della modernità. Intuisce la necessità di un radicale ribaltamento dei modi costitutivi della forma, di una rivoluzione del linguaggio plasmato sull'angosica della coscienza collettiva e sul coacervo di contraddizioni e di paure che travaglia l'animo individuale.
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Nella Depositio Christi, il corpo disteso su un freddo e spoglio tavolo da obitorio rappresenta uno straordinario memento mori, emblema del sacrificio ed epifania dell'eterna sofferenza umana. Le sculture di Christian Zucconi testimoniano appieno la precarietà del nostro tempo. Egli usa il corpo come "segno perturbante", chiave che apre ad una visione interiore e rende possibile un'estensione interpretativa.
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