Christian Zucconi
  • Cena in Emmaus


Cena in Emmaus

19 novembre 2010 – Travertino persiano e ferro, 250 x 250 x 160 cm

Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue non avrete la vita in voi.

Giovanni, Vangelo, 6,53

 

Tommaso d’Aquino definisce l’eucaristia consummatio totius vitae spiritualis (la pienezza della vita spirituale), e il Vaticano II conferma l’affermazione teologica dell’Aquinate: “Nella santissima eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè dello stesso Cristo, nostra pasqua e pane vivo, che per la sua carne vivificata e vivificante per mezzo dello Spirito Santo dà vita agli uomini” (P.O., n.5).

Morto, con il capo pesantemente crollato nella ciotola appoggiata sul tavolo, Gesù sfiora soltanto quel pane che non sarà spezzato, per sempre integro, che non sfamerà mai nessuno. Morti, i discepoli giacciono penzolanti dalle loro sedie più simili a fantocci che a cadaveri: l’azione che avrebbe permesso loro il riconoscimento di Cristo è interrotta, svuotata, compromessa, impossibile. “Quando furono a tavola prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Luca, Vangelo, 24, 30-31). L’inazione condanna l’uomo alla cecità, all’agnizione, alla morte morale e spirituale; la promessa escatologica non potrà più essere mantenuta; la comunione col Signore è ormai impossibile, così come l’attesa di un suo ritorno glorioso è destinata ad essere delusa. Nessuna “medicina d’immortalità”, nessun “antidoto contro la morte” (Ignazio di Antiochia): il banchetto eucaristico è precluso, non è nemmeno incominciato.

Cena in Emmaus, datata 19 novembre 2010, è la summa di una profonda e coerente ricerca estetica, filosofica e teologica, che si pone come definitiva cesura tra un prima e un dopo. L’opera non solo si appropria definitivamente dell’ambiente circostante, ma immette lo spettatore in un’atmosfera obbligata che lo getta nella scomoda situazione di osservatore diretto, chiamato in causa personalmente dalla scena che si svolge di fronte a lui. Il mito è ormai alle spalle dell’artista, che adesso si sente attratto come da un inesorabile magnete dalla sola storia, da quella traccia dell’uomo nel tempo che è vista da Zucconi come un rivolo di sangue, uno schizzo di sperma o una goccia di bava.

Il salto dall’ideale greco all’hic et nunc romano e poi europeo è stato definitivamente effettuato, e l’atterraggio ha lasciato l’artista senza fiato, dolorante e con le gambe spezzate: lo spazio dove ora si muove Zucconi e dal quale estrae le figure che ci propone è finalmente l’inferno contemporaneo. Quell’inferno basato sulla dottrina dell’effimero, su rapporti interpersonali per lo più virtuali, su una realtà televisiva più che umana. “Se”, come sostiene Zucconi, “il nostro tempo si sostiene su una bugia, allora esprimere il dolore con l’immagine di un dolore finto o teatrale o, se vogliamo, televisivo, lo rende più vero proprio in virtù della sua apparenza: appaio dunque sono, questo è il motto dell’uomo contemporaneo, e il cogito chissà dove si trova più.

Per questo motivo creo immagini tridimensionali che in realtà sono involucri da riempire; perciò mi piace pensare di incarnare personalmente questa contraddizione: un’esteriorità per quanto possibile perfetta che interiormente nasconde un vuoto – di senso, azione e quant’altro renda una persona un individuo nel senso più alto del termine; un’esteriorità per quanto possibile perfetta che ricopre i cocci, i tagli e il sangue di un’interiorità disgregata da quella contraddizione generata dallo scontro sul campo della storia e del nostro pensiero tra la cultura classica e la cultura cristiana”.

Dal 18 luglio al 10 ottobre 2011 resterà esposta a Reggio Emilia nei Chiostri di San Pietro nel Padiglione Italia Emilia Romagna della 54° Biennale di Venezia a cura di Vittorio Sgarbi.