Christian Zucconi
  • Madonna del Latte


Madonna del Latte

18 febbraio 2011 – Travertino persiano, ferro e stoffa, 100 x 100 x 181 cm

La tradizionale iconografia della Madonna del Latte, Vergine Regina a seno scoperto che allatta il Figlio, in questa scultura viene flessa e mutata fino ad un vero e proprio ribaltamento attraverso un’interpretazione direttamente connessa al martirio della Santa cristiana Agata e alla simbologia che vede nella Vergine la Mater gentium, Madre di quella Chiesa per l’appunto qui intesa nell’accezione di “consesso di fedeli, comunità”. Dalla raffigurazione il Bambino scompare, così come scompaiono gli ultimi indicatori di fecondità e maternità: i seni non solo sono martoriati dall’esterno ma appaiono anche svuotati, corrotti e cariati dall’interno; le rotondità che dalle preistoriche Veneri accompagnano l’idea stessa di fertilità sono avvizzite lasciando intravedere sotto la sottile pelle le ossa dello scheletro: l’immagine della nascita e della vita è diventata immagine di malattia e morte. Ultimo ricordo di dignità regale e virginale è l’abito, sorta di posticcio paramento nuziale che si sostiene sul misero corpo come su un manichino da sarta a cui il basamento dell’opera si ispira esplicitamente; ultimo ricordo di dignità regale e virginale è la bellezza del volto, che tuttavia è deturpato da una profonda frattura che attraversa tutta la guancia come uno sfregio.

Prima di addentrarci nel significato filosofico e teologico dell’opera, sarà bene a questo punto approfondire la figura storica di Agata, la Santa catanese che ha permesso a Zucconi di interpretare in modo così poco convenzionale un’iconografia molto precisa.

Con stile che a posteriori appare alquanto sadiano, e a ben vedere non così incredibilmente, gli agiografi raccontano che, ai tempi della persecuzione di Decio, intorno al 250, il console Quinziano, rifiutato da Agata, per convincerla ad accondiscendere alle proprie voglie prima la consegnava alle mezzane di un lupanare, dove “queste donne ora facendo intravedere visioni di felicità, ora preannunciando terribili castighi facevano di tutto per persuaderla”; dopo, esasperato dal fallimento, la consegnava ai carnefici che, dopo averle strappato i seni, la bruciavano. “Infiammata d’amore divino e arsa sui carboni della concupiscenza umana, viene invocata a Catania e in tutto il mondo quale protettrice contro la minaccia del fuoco e delle eruzioni”.

A detta di Jacopo da Varagine, durante il supplizio Agata avrebbe espresso l’ideale del martirio e, a mio avviso, avrebbe evidenziato nello stesso tempo il rapporto non-rapporto tra anima e corpo: “Io godo di queste pene. [...] Come il grano non può essere riposto nel granaio se non è stato prima ripulito della sua buccia, così l’anima mia non può entrare in Paradiso se non avrò fatto martoriare il mio corpo dalla mano dei carnefici”. E continua spiegando in un impeto patetico che, anche se Quinziano può strappare i seni fisici che lui stesso ha succhiato alla madre, non potrà mai “strappare le mammelle dell’anima mia che alimentano col loro latte tutti i miei sensi”, poiché, come aveva specificato in precedenza, lei è libera proprio in virtù di essere l’ancilla Christi: “La schiavitù di Cristo è la suprema libertà”.

Per la particolarità del supplizio (l’amputazione dei seni), e per gli stessi rimandi di Agata alla suzione fisica e spirituale da una mammella, non è difficile associare la giovane catanese  all’immagine della “maternità”. Tuttavia in questo caso la maternità è fisicamente corrotta, amputata, resa impossibile da una lacerazione fisica e anche morale, tanto che è la stessa ragazza a definire il proprio corpo “talmente straziato che nessuno potrebbe desiderarlo”. Ad essere evidenziata qui non è solo la sofferenza per le ferite del corpo, ma anche la sofferenza per la perdita della femminilità, per la perdita di ciò che fa di una donna non solo una “dispensatrice di vita” ma anche “oggetto di desiderio”. Desiderio altrui che la porterà infine alla rovina.

Alla luce di questi particolari risvolti psicologici e spirituali, l’artista ha dunque sovrapposto l’iconografia di Sant’Agata con quella della Virgo Lactans alla ricerca da un lato di un’immagine/simbolo talmente pregnante da diventare “cifra di quel mistero che non può essere comunicato altrimenti, non è mai spiegato una volta per tutte ma deve continuamente essere decifrato”; dall’altro di una rappresentazione allegorica di quella Chiesa, di quella casta meretrix che mai come oggi “appare dolorante sotto i colpi degli avversari e talvolta sfigurata dalle piaghe che le procurano i suoi stessi figli”. Per questo motivo la composizione, mutuata dalla tradizionale iconografia della Vergine Regina, ribalta la consueta visione regale per mostrare una figura di donna coi seni lacerati dai piccoli morsi di un lattante/carnefice; una figura di donna impossibilitata a nutrire, non più madre, svuotata, corrotta dall’interno. L’invocazione monstra te esse matrem dell’Ave Maris Stella è destinata a rimanere delusa, così come quella a mondarci dalle colpe rendendoci umili e innocenti, perché la “meretrice casta che molti amanti frequentano senza la sconcezza del peccato” ha perso bellezza, desiderabilità, femminilità e fertilità proprio per la violenza degli uomini e dei suoi stessi figli. Tuttavia, come lo stesso Ambrogio sottolinea, “non in sé stessa, ma in noi la Chiesa è ferita”.

Il punto di partenza e d’arrivo deve essere sempre e in ogni caso l’uomo, con il suo anelito a purificare le lacerazioni, la violenza, le contraddizioni umane attraverso una “struttura spirituale” rivelata o a priori che possa chetare e stabilizzare quel caos interiore che, pietosamente o meno, sta a coprire il vuoto. Di senso, di azione, di morale… il termine ultimo che sempre si fugge è la mancanza, intesa soprattutto come mancanza di un collegamento tra ciò che è fisico e ciò che è spirituale. La Chiesa, la religione, l’ateismo stesso non sono che l’ironia atroce del voler sanare una ferita superficiale quando lo scheletro è irrimediabilmente e congenitamente fratturato.

Su una frattura ci si può sostenere solo per fede. I rapporti che intercorrono tra il mondo fisico e quello spirituale non possono infatti che essere puri e semplici meccanicismi. Il dualismo schilleriano che a dire del poeta tedesco andrebbe conciliato perché l’uomo diventi anima bella è inconciliabile, la frattura non è ricomponibile e anima bella l’uomo non potrà mai diventare. Come attestato dalle stesse parole di Agata durante il supplizio, non c’è stata nessuna fusione tra spirito e corpo, non esiste nessuna armonia ma soltanto contrasto, e il contrasto ha necessariamente generato quella frattura che fa dell’uomo un essere irrimediabilmente schizofrenico non solo dal punto di vista culturale, ma anche dal punto di vista morale, religioso e politico.

L’opera non è mai stata esposta.