Marsia
15 ottobre 2008 – Travertino persiano, ferro e acciao, 60 x 60 x 260 cm
«Perché mi strappi da me?» Gridava, e la pelle gli era strappata dal corpo, che era una sola piaga.
Ovidio, Metamorphóseon libri, VI, 385-391
Le fonti antiche ci dicono che Marsia era un sileno che sapeva suonare il flauto a due canne come nessun altro al mondo, tanto da concepire una sfida al dio stesso della musica. Apollo accetta di gareggiare a patto che il vincitore possa fare dello sconfitto ciò che vuole. La prima prova finendo in parità, Apollo rilancia sfidando Marsia a suonare il flauto al contrario così come lui riesce a suonare la lira. Chiaramente, di fronte alla mossa decisamente furba se non addirittura disonesta del dio, Marsia fallisce. A nulla servendo i lamenti circa l’ingiustizia divina, Apollo appende Marsia ad un albero e lo scuoia vivo.
Questo è il mito, ma come al solito Zucconi si stacca dalla tradizionale iconografia: il satiro perde gli attributi caprini e viene raffigurato come un uomo; l’albero viene sostituito da una struttura metallica che ricorda una macchina di tortura. Del resto quello che a Zucconi interessa è il senso del mito, non la lettera; ciò che vuole esprimere è l’ineffabile: sia che si accetti l’esistenza di Dio oppure no, la sfida alla divinità rimane per l’uomo una tragedia. Sfidando il dio della musica in un agone musicale, Marsia non perde solo la gara ma anche sé stesso. Apollo punisce infatti la tracotanza di Marsia scorticandolo, cioè strappandogli letteralmente di dosso quella pelle simbolo di individualità espresso meravigliosamente dai versi ovidiani: “perché strappi da me me stesso?”
Con Marsia Zucconi suggerisce e sviluppa l’idea sconvolgente che l’identità di una persona (dall’etrusco phersu, ‘maschera teatrale’ e in seguito ‘individuo’), non risieda in quello che fa e quindi in quello per cui dagli altri è conosciuto, ma risieda nella pelle stessa dell’individuo – e qui i connotati non c’entrano nulla. Apollo non punisce Marsia togliendogli la possibilità di suonare ancora il flauto, ma togliendogli quella “maschera” che lo rende “individuo”, “persona”, mettendolo profondamente a nudo: stato in cui le differenze e le caratteristiche individuali scompaiono nella massa uniforme e sanguinolenta cantata da Ovidio: “la pelle gli era strappata dal corpo, che era una sola piaga. Il sangue cola ovunque, le vene pulsano su muscoli scoperti; si vedono le viscere, si contano le fibre biancastre sul petto”.
Marsia, datata 15 ottobre 2008, è la prima straordinaria prova delle potenzialità offerte dalla tecnica kenoclastica. Lo svuotamento della figura, che ha diminuito il peso complessivo dell’opera di almeno un quinto, ha permesso a Zucconi una soluzione compositiva impensabile per una scultura in pietra: la sospensione.
La figura tuttavia non perde soltanto l’appoggio al suolo, ma anche i limiti stessi del blocco (che Zucconi quasi ironicamente riproduce nella struttura in ferro che funge da macchina di tortura) e i tratti anatomici idealizzati. Per la prima volta, infatti, è Zucconi stesso a posare per le foto-studio, inaugurando l’usanza di utilizzare la fotografia in fase di progettazione per dare ai suoi personaggi una connotazione reale e concreta, una vera e propria individualità. Marsia non è più soltanto Marsia, ma è Christian che interpreta Marsia, come Alessia interpreterà Salomé e il padre dell’artista Tieste.
Dal 5 marzo al 25 aprile 2010 è stata esposta a Milano nel Salone d’ingresso del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco in occasione della mostra Rivoluzione Kenoclastica a cura di Rudy Chiappini, dove ha fomentato la polemica sulla presunta oscenità e violenza delle opere esposte.

















