Christian Zucconi
  • Oloferne e Giuditta


Oloferne e Giuditta

6 marzo 2008 – Travertino persiano e ferro, 56 x 35 x 180 cm
Collezione privata

Tra gli episodi più noti e citati dell’Antico Testamento, la storia di Giuditta e Oloferne ha ispirato centinaia di dipinti e sculture in cui l’attenzione è sempre focalizzata su Giuditta, ricordata e rappresentata come l’eroina che salva i giudei dal supremo condottiero assiro decapitandolo nel sonno. Tuttavia come spesso accade per le opere di Zucconi, la scultura di Oloferne e Giuditta ribalta questa consolidata tradizione: chi fu e cosa provò Oloferne? Leggendo il passo biblico dal suo punto di vista che opinione ci faremmo della vicenda? A giudicare dagli sguardi dei due protagonisti, la risposta che Zucconi suggerisce è che Oloferne fu probabilmente un condottiero crudele quanto i tempi e i ruoli imponevano, ma che certamente fu anche un uomo innamorato, che si comportò e morì da tale. Nel Libro di Giuditta, i versetti 15, 16 e 20 del capo 12 insistono prepotentemente sul fatto che la femminilità di Giuditta turbò fortemente il cuore di Oloferne, che prese a bere “quanto mai aveva fatto in vita sua”, come fosse imbarazzato da un sentimento mai provato che sentiva sorgere dentro di sé. Ed è proprio quell’imbarazzo che conta tanti anni quanti ne conta il genere umano che ha spinto Zucconi a ribaltare l’immagine di Oloferne del superbo castigato a quella dell’innamorato impacciato che finisce per farsi ferire e uccidere dalla razionalità dell’amante.

Giuditta non mostra la testa di Oloferne come un trofeo, non si sente un’eroina: la sua espressione vacua se fa trasparire qualcosa è forse un certo senso di disgusto, non di vittoria. Sa di aver agito per calcolo, approfittando della debolezza provocata nell’altro dalla “belva dolciamara” (Saffo) che “fracassa le membra” (Esiodo), che ottunde i sensi come il vino che Oloferne ha bevuto copiosamente. Non ha mai avuto bisogno di bere tanto. Di fronte a nessuna battaglia si è mai sentito così spaventato.  Tardivo gesto pietoso, Giuditta porta la mano sul volto di Oloferne per coprirne gli occhi ebbri, gonfi di vino, lacrime e amore.

Oloferne e Giuditta, datata 6 marzo 2008, è la prima consapevole espressione della tecnica kenoclastica intuita con A nudo (2 novembre 2007) e indagata con Perché mi hai abbandonato? (25 dicembre 2007), scultura che portava in germe le innovazioni kenoclastiche pur senza riuscire a staccarsi completamente dalla tradizionale concezione. Tuttavia anche in Oloferne e Giuditta la composizione e la resa anatomica e dei volti rimane ancorata alla precedente estetica zucconiana.

Dal 5 marzo al 25 aprile 2010 è stata esposta a Milano nel Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco in occasione della mostra Rivoluzione Kenoclastica a cura di Rudy Chiappini.