Christian Zucconi
  • Tiresia


Tiresia

13 agosto 2008 – Travertino persiano e ferro, 71 x 78 x 191,5 cm

Sul mio corpo non c’è spazio per altre ferite.

Ovidio, Epistulae ex Ponto, 4.16, 52

Sono molteplici le fonti antiche che ci tramandano il mito di Tiresia e ognuna ne arricchisce la storia con diversi particolari, cionondimeno, fondamentalmente il mito tratta di trasformazione, di mutazione, di cambiamento di forma e stato: per una sorta di capriccio divino Tiresia è prima trasformato da uomo in donna e in seguito ancora da donna in uomo. Ed è proprio questo meccanismo che porta Zucconi ad interpretare il mito della trasformazione sessuale con le parole con cui Ovidio chiuse le Epistole dal Ponto, per chiarire da subito che ogni mutazione intendendo un rivolgimento (katastrophé in greco antico), il risultato deve necessariamente passare attraverso profonde lacerazioni che segnano lo spirito e in certi casi anche il corpo.

Con le cosce allargate all’estremo, Tiresia è seduto su un alto basamento quasi fosse una bizzarria circense ovvero un oggetto da mostrare: sorta di rimasuglio museale, la gamba destra è fissata al basamento con due grandi chiodi che la attraversano per intero; la coscia sinistra è mutila, completamente svuotata così come il resto del corpo, attraversato da larghe fratture rinsaldate da grappe metalliche che entrano nella carne. La figura ha una conformazione androgina (poco seno, mani grandi, ossatura forte), ma l’anomalia sta tutta in quella vagina aperta all’inverosimile dall’azione delle dita che la scrutano, la scandagliano incuriosite e spaventate nello stesso tempo.

La mutazione si è quasi conclusa, Tiresia è distrutto/a, le profonde ferite che porta sul corpo mostrano fisicamente lo svuotamento interiore, la gravità di una lesione mal rimarginata. Eppure, l’attenzione di chi osserva, l’attenzione di Tiresia stesso sono spinti dalla composizione dei volumi e delle linee sulla ferita  più profonda e insanabile, quella vagina che appare più come la cicatrice di un’evirazione che un realistico dettaglio anatomico; evirazione fisica e morale che suona ineluttabilmente come promessa di non ritorno ad una normalità conosciuta e perduta per sempre.

Tiresia, datata 13 agosto 2008, è la prima delle “grandi opere” che una dopo l’altra usciranno dal laboratorio di Zucconi tra l’estate del 2008 e l’inverno del 2010. L’estetica della tecnica kenoclastica è qui portata a compimento, ma le sue potenzialità statiche e compositive, che in rapidissima successione saranno espresse appieno da Marsia, Salomè e Selemno, non sono ancora del tutto sondate. Tiresia per metodo compositivo e resa anatomica è il vero anello di congiunzione tra l’estetica zucconiana precedente e la nuova: l’uomo idealizzato sta velocemente trovando la propria identità.

Dal 5 marzo al 25 aprile 2010 è stata esposta a Milano nel Salone d’ingresso del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco in occasione della mostra Rivoluzione Kenoclastica a cura di Rudy Chiappini, dove ha innescato la polemica sulla presunta oscenità delle opere esposte.

Dal 5 maggio al 25 giugno 2010 è stata esposta a Milano in Compagnia del Disegno in occasione della mostra Rivoluzione Kenoclastica a cura di Alain Toubas.