Christian Zucconi
  • Tecnica

Da sempre la pietra è simbolo di immutabilità, fissità, eternità.
Nella fredda compostezza del marmo, la scultura in pietra appare all’uomo potenzialmente eterna, molto distante dagli affanni, dai moti interiori e dai mutamenti intrinseci al suo essere mortale.
La pietra è il materiale di cui sono fatti gli dei, non gli uomini. La kenoclastia, tecnica scultorea inventata da Christian Zucconi sul finire del 2007, arricchisce la pietra di una nuova dimensione: l’umanità.
Così come l’uomo durante la propria esistenza vive momenti che lo distruggono, che lo svuotano interiormentee provocando ferite profonde e cicatrici mal rimarginate e indelebili, così anche le dolenti figure di Zucconi, nella loro esistenza di pietra, hanno vissuto un momento che le ha cambiate per sempre, che le ha distrutte, svuotate, ricomposte; un momento che le ha portate dall’eternità al fluire distruttivo del Tempo.
Per questo motivo, Zucconi non utilizza come nella statuaria classica modelli tridimensionali in gesso o creta, bensì trova prima di tutto il modello adatto a personificare l’opera da scolpire ed esegue un accurato studio fotografico. In seguito, lo scultore attacca il blocco in taglio diretto, vale a dire senza ulteriori studi o misurazioni, semplicemente ricercando con flessibile e mazzetto la forma all’interno del materiale. Ad opera conclusa, Zucconi inizia: la kenoclastia impone la distruzione dell’opera finita, lo svuotamento dei pezzi e la sua ricomposizione. Il risultato sono soluzioni formali impensabili nella scultura in pietra come nel caso di “Salomè”, che si sostiene sulla sola punta dei piedi e ha un braccio completamente esteso nello spazio senza l’ausilio di sostegni visibili; ma anche un’estetica basata sullo svuotamento, sulla ferita, sul frammento e sul recupero.
Da eterna, dura e inattaccabile, la pietra diventa fragile e caduca come carne.